Dove batte il cuore di Rupert

“Sono sicuro che Rupert Murdoch sapeva tutto quello che succedeva a News of the World. E quindi lo sapeva anche il suo migliore amico, Robert Thomson”. Thomson è il direttore del Wall Street Journal e chi parla è una fonte del giornale che ha accettato di incontrare il Foglio nel mezzo del quartiere che i turisti chiamano Little Italy e che per i newyorchesi è Little Chinatown. Si ragiona della difesa dei Murdoch, dell’ipotesi di una transizione al potere nell’impero News Corp. Leggi La stirpe eletta dei tabloid - Leggi Che magnifico spettacolo a Londra di Giuliano Ferrara - Leggi tutti gli articoli sul caso Murdoch
15 AGO 20
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“Credo che Thomson potrebbe essere costretto alle dimissioni”, dice la nostra fonte, “ma non certo perché siano successe cose simili a quelle contestate al News of the World. Il problema è che il direttore è troppo vicino a Murdoch per non sapere, quindi la sua posizione è troppo rischiosa”. Thomson è l’incarnazione della logica aziendale di Murdoch, modellata dal calore delle relazioni personali piuttosto che da criteri di fredda efficienza operativa. Per lo Squalo, Thomson è molto più di un dipendente: è un consigliere, un amico, un compagno di ventura, un alter ego ringiovanito, come un figlio e forse anche più (nella saga di Rupert il legame di sangue è un valore negoziabile). Entrambi sono nati l’11 marzo in Australia, entrambi hanno sposato donne di origini cinesi, entrambi covano un certo “risentimento per quelli che non si sono fatti da soli” – come ha detto una fonte murdocchiana al New Yorker – entrambi sono cattolici e credono all’educazione religiosa dei figli più che alla propria; Rupert ha fatto da padrino ai due bimbi di Thomson e gli osservatori della galassia News Corp. sono rimasti sorpresi quando hanno notato la sua assenza al battesimo delle figlie di terzo letto di Rupert (celebrato sul fiume Giordano, tanto per ribadire la tendenza alla grandeur religiosa).
Dopo pochi mesi dall’acquisto del Wall Street Journal per oltre 5 miliardi di dollari – “cifra indecente”, dice l’insider – Murdoch lo ha richiamato dal Times, dove era stato messo per una vendetta nei confronti del Financial Times: Thomson è cresciuto nel giornale rosa della City, ma quando è arrivato il momento di fare il grande passo alla direzione, l’editore ha preferito un suo protegé. Entrambi hanno accolto l’evento come l’ennesimo sopruso dello snobismo britannico contro la sottocultura “aussie” e da allora i termini Murdoch e Thomson godono della proprietà commutativa.
“Si sentono tutti i giorni – dice la fonte – e ogni questione legata al destino di News Corp. viene condivisa. Murdoch ama i rapporti stretti, quasi filiali, e questo ha aggravato lo scandalo”. Perché? “Quando i giornalisti lo hanno visto assieme a Rebekah Brooks a Londra gli hanno chiesto quali fossero le sue priorità in questo momento. Lui ha risposto ‘la mia priorità è lei’: errore strategico devastante. Avrebbe dovuto parlare della stabilità dell’azienda, che tutto sommato è stabile, della volontà di collaborare con la polizia e altre cose di questo genere, non mostrare a tutti che la sua logica aziendale è quella di salvare il culo ai suoi protetti”. Non è dunque un caso che al posto del ciclone dai capelli rossi sia arrivato Tom Mockridge, manager allergico ai riflettori che ha fatto ottime cose alla direzione di Sky Italia. Il basso profilo pubblico del neozelandese (australiano di formazione) lascia trapelare il minimo indispensabile, ma abbastanza per sapere che anche lui è nella cerchia dei fedeli di Murdoch. Nel senso di Rupert, ça va sans dire.
Da quando è scoppiato lo scandalo delle intercettazioni illegali, il Wall Street Journal ha fatto sostanzialmente due cose: primo, ha intervistato Murdoch; secondo, ha pubblicato un editoriale in cui si dice che è menzognero ridurre uno dei quotidiani più influenti del mondo a opuscolo illustrativo nelle mani del capo. “Il giornale voleva dire una cosa semplice: ‘Fuck you’. Cioè mettere fine alla solita storia dei nostri avversari per cui in redazione tutti sono camerieri di Murdoch”. Per avversari s’intende soprattutto il New York Times. Il columnist Joe Nocera ha picchiato duro: “L’intervista di Murdoch potrebbe tranquillamente essere stata dettata dall’ufficio delle pubbliche relazioni di News Corp.”.
Non c’è nulla di più insultante per chi lavora in un grande giornale americano dell’essere additato come servo del padrone: “Non accettiamo di prendere lezioni da nessuno, soprattutto dal New York Times, che segue un’agenda politica ben più spinta della nostra. Avremmo potuto tranquillamente tirare fuori Jayson Blair (un giornalista del Times cacciato nel 2003 dopo una serie di plagi, ndr) ma credo sia stata fatta una scelta di stile. Per quanto riguarda l’intervista poi le insinuazioni del Times sono assurde: Murdoch ha chiamato il capo della redazione di Londra, Bruce Orwall, alle 22.30 per lamentarsi di come era stato trattato il caso sul giornale. Allora lui ha detto: ‘Va bene, però andiamo on the record’, e hanno fatto l’intervista sul momento, senza chissà quali strategie di comunicazione”.
Mai avuto pressioni politiche da parte del capo? “Un giornale con la storia del Wall Street Journal risponde a standard qualitativi che rimangono uguali anche quando cambia il padrone. O almeno dovrebbero. Questo non significa che il giornale sia rimasto uguale, e basta aprirlo per vedere la differenza. Murdoch, attraverso Thomson, ha voluto innanzitutto accorciare gli articoli, poi ha voluto aggiustare il tiro: più notizie fresche, meno analisi, meno previsioni, meno scenari. Cioè ha di fatto eliminato quello che aveva fatto grande il Wall Street Journal. Ma pressioni politiche io non ne ho mai viste”.
Il magazine Adweek ha rilanciato l’ipotesi di una vendita del Wall Street Journal per contenere la crisi sul suolo americano, è credibile? “E chi se lo compra? Il New York Post, piuttosto, quello sì è un asset su cui molti politici della città vorrebbero mettere le mani”. Che cosa si dice di Thomson alle macchinette del caffè della redazione? “Se ne parla tendenzialmente male. Viene da una cultura giornalistica totalmente diversa, ma soprattutto non entra nel merito dei contenuti, guarda le cose dall’alto, non è veramente coinvolto nella creazione del giornale”. E’ già pronta la festa d’addio? “Una festa direi di no, ma se succedesse non prevedo molte lacrime”.
In redazione hanno guardato le interrogazioni parlamentari dei Murdoch e di Brooks con un occhio alla copertura degli altri network e un altro alle quotazioni del titolo. Nonostante il nervosismo di James e i momenti di confusione di Rupert, il prezzo delle azioni è salito, “perché è comunque riuscito a far passare l’idea che l’esistenza dei suoi tabloid ha un effetto benefico sulla democrazia, produce trasparenza. Però bisogna essere sinceri: il gioco sporco è la componente essenziale dei tabloid di Fleet Street, di tutti, nessuno escluso, e lo dice pubblicamente lo stesso Piers Morgan. Il problema qui è sociale: nessuno dei tre milioni di lettori di News of the World si sarebbe lamentato per le intercettazioni a scopo di gossip sulla famiglia reale, o perché il giornale usava mezzi discutibili per raccontare le orge in stile nazi di Max Mosley. E’ quando si è passati a spiare le ragazzine rapite o i veterani dell’Afghanistan, gente comune con cui il lettore si identifica, che si è rotto il meccanismo del tabloid”.
Quando il comico anarcoide Jonnie Marbles ha spalmato il piatto pieno di schiuma da barba sul volto raggrinzito del patriarca e la moglie Wendi Deng si è ricordata di essere stata una decente pallavolista, il carnefice è diventato improvvisamente vittima, e le azioni hanno avuto un picco positivo (Marbles ha fatto più per la causa Murdoch di tutta la macchina di pr messa in piedi dall’inizio dello scandalo). La sintesi della difesa murdocchiana può essere però scomposta in due motti persino troppo elementari: così fan tutti; non ne sapevamo nulla. “La dirigenza ha cercato di mettere barriere mano a mano che la marea dello scandalo avanzava, ma gli argini finora sono stati inadeguati. Le dimissioni di Les Hinton (ceo di Dow Jones, la società che controlla il Wall Street Journal, ndr) spiegano che l’intento è quello di non diffondere il panico, ma non è semplice”. Si parla anche di una fronda dei membri “indipendenti” del consiglio d’amministrazione: soltanto tre su sedici portano il cognome Murdoch. Nonostante ufficialmente il consiglio si sia schierato a favore del tycoon, al giurista Viet Dinh – autore del Patriot Act di Bush – e al supermanager Thomas Perkins è attribuito il ruolo di animatori occulti dell’insurrezione.
Roteano invece nella galassia dei possibili successori Chase Carey, baffuto numero due del gruppo, e Joel Klein, che martedì se ne stava posato alle spalle di Murdoch come un angelo custode. O appollaiato come un avvoltoio, a seconda delle interpretazioni. “Sono nomi credibili, anche perché James è troppo coinvolto nella storia. Ma questo vale se si dà per certo che il vecchio Rupert è finito. Io invece sono convinto che in qualche modo ne uscirà”, dice il nostro insider. “Bisogna vedere a quale prezzo”.